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martedì 14 luglio 2020 | 05:16
 Edizione del 01/04/2015
 
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Intolleranza, fanatismo del fondamentalismo
Riconosco che il concetto di tolleranza, inteso come atto o atteggiamento di rispetto verso chi ha comportamenti, o idee, oppure convinzioni diverse dalle nostre, è una parola che è limitata.
Leggi l'articolo completo in forma testuale ( clicca qui )



Intolleranza, fanatismo del fondamentalismo
( VERSIONE TESTUALE )

Parola alla quale preferisco rispetto, quale disposizione ad astenersi da atti che siano lesivi ed offensivi dell'Altro, con ciò intendendo che vediamo l'Altro per quello che è: una persona come lo siamo noi. Pertanto non vi è gerarchia alcuna, mentre nella "tolleranza" c'è una gerarchia di un gruppo di persone che, di solito, sono (o pensano di essere) più delle altre e pertanto accondiscendono a vivere con persone che piacciono loro poco. O affatto.
Adesso però basta corteggiare la banalità. Vellicare il buon senso. Armeggiare con l'ovvio. Bisogna dirlo apertis verbis, apertamente: il fanatismo del fondamentalismo è, a tutti gli effetti, un argomento di evidente attualità. Altrimenti come spieghiamo tutti gli aspetti spettacolari che ci perseguitano da qualche (troppo) tempo a questa parte; dopo che vi è stata una potente ascesa del fondamentalismo? A giudicare dalla quantità di articoli che vengono scritti e dedicati all'argomento, si deve convenire che l'intolleranza ferisce in modo grave e turba una opinione pubblica che, in tale misura, lo è stata già durante l'attentato alle torri gemelle del 2001.
Non vi è dubbio che il fanatismo esista. Alimentato dal fondamentalismo e dall'integralismo. Ma l'intolleranza è qualcosa di ancor più profondo di queste due variabili. E di ancor più pericoloso. Perché il fondamentalismo è connesso al modo di interpretare un Libro sacro. Voglio dire che per essere fondamentalisti si deve accettare che la verità risieda nella Bibbia. Naturalmente c'è anche un fondamentalismo musulmano e uno ebraico, anche se non tutti i fondamentalismi sono intolleranti. Lo sono sul piano ermeneutico, cioè della interpretazione, non necessariamente sul piano politico. Ed è un dato di fatto che esso sta aumentando a dismisura. Come non vi è dubbio che sia un fenomeno che ri-troviamo in tutte le religioni monoteiste. L'integralismo dei cristiani provoca quello dei musulmani; che a sua volta attizza quello degli ebrei. C'è tuttavia una variabile che li accomuna tutti: l'aggressività. Eppure, al di là di tutte le manifestazioni che i musulmani organizzano con clamorose azioni dimostrative in ogni parte del mondo, il Corano è molto esplicito nell'affermare, con assoluta chiarezza e senza ambiguità alcuna, che ognuno ha diritto alla libertà religiosa. Così come ha diritto alla differenza e al pluralismo delle confessioni. Che io sappia, è l'unico testo sacro che fa affermazioni come queste di seguito riportate: «Nessuna imposizione nella religione! La via della rettitudine si distingue da sé da quella della corruzione» (Corano 2:256); oppure: «La Verità viene dal vostro Signore. Chi vuole sia credente! Chi non vuole sia miscredente!» (Corano 18:29). Sono due fra le numerose citazioni che si potrebbero ri-portare, ma sono bastevoli e sufficienti – così credo io – perché la tolleranza si collochi su solide fondamenta. Perché di tutte le forme di tolleranza, quella religiosa è la più difficile da fare propria dagli adepti di questa religione. Anche se, bisogna ammetterlo, i testi coranici hanno favorito la tolleranza in quanto hanno difeso la vita dei seguaci di tutte le religioni; i loro beni e l'esercizio del loro culto.

Certo, nei paesi islamici non vi è stata nessuna costrizione ad una conversione sistematica e forzata; né una ghettizzazione proclamata. E neppure espulsioni globali e di massa. Tanto meno Olocausto o un altro Shoah. O genocidi. E diciamo che anche questo non è poco.
È doveroso ricordare che fu il califfo arabo Omar I (Omar ibn al-Khattab), il secondo successore di Maometto, che governò dal 634 al 644 e conquistò la Siria, l'Iraq e l'Egitto e sottomise la Persia e la Palestina, che organizzò l'Impero arabo fissando le norme legislative di base e, dopo la conquista di Gerusalemme, autorizzò gli ebrei a stabilirsi di nuovo in questa città. Questo per dire che la collaborazione che si spinse al confronto in tutti i campi, e in modo particolare in campo culturale, fu spesso assai proficua. E vide persone di tutte le confessioni, compresi alcuni atei, lavorare fianco a fianco con la massima cortesia. Ecco, trovo che questo atteggiamento mentale sia oggi, sotto l'influenza del pensiero unico che guida l'Islàm, impensabile. Non si può non ricordare che vi è stato un tempo non lontano nel quale la tolleranza e la libertà di espressione avevano reso bella e grande la civiltà musulmana. Anche oggi molti si stanno prodigando in tal senso e alcuni hanno pagato con la loro vita. Perché un fatto è certo: quando vennero meno la tolleranza e la libertà, venne compromessa l'intera civiltà musulmana. Che smise di essere creativa. E anche portatrice di valori. Coloro che svolsero un ruolo determinante in questa fase involutiva nella società musulmana tradizionale, furono gli ulema, che si adoperarono fattivamente per limitare tutte le libertà e promuovere l'intolleranza dal punto di vista teologico. Solo loro crearono le premesse di quello che oggi è un vistoso integralismo. Che predica un ritorno alla sharia, ovvero alla dottrina dell'islamismo radicale. È tale dottrina che ha dato origine alla intolleranza e alla violenza. Attualmente possiamo dire che c'è «una crisi di valori»; e che è necessario che l'Islàm ritorni al Corano. Perché tale libro aveva fondato la tolleranza e la convivenza pacifica nel pieno rispetto del pluralismo e delle differenze.
Personalmente àuspico questa nuova-vecchia etica con l'augurio che sia rispettosa delle diversità e delle libertà individuali. Perché compito principale della cultura è sradicare ogni fanatismo. Anche quello che, purtroppo, sta ri-montando: l'antisemitismo. Se rispondiamo alla intolleranza ricadiamo in qualche fondamentalismo all'incontrario, quello che tende a vedere e a individuare nell'altro un nemico mortale. L'altro sarebbe l'Islàm. Quando invece, è bene lo diciamo subito, se vogliamo superare queste divisioni fra le grandi religioni, dobbiamo ricorrere più che mai alla tolleranza. Che è (anche) il prodotto di una migliore conoscenza reciproca. Perché non dobbiamo dimenticare che il problema del terrorismo non riguarda quel miliardo e mezzo di persone che abbraccia la fede islamica; ma un numero ristretto di soggetti patologici che va combattuto con determinazione sino in fondo. Voglio dire che, dopo i tragici fatti di Parigi, sarebbe un grave errore demonizzare tutti i musulmani

Siamo in guerra. Sì, lo siamo; ma è un'altra la guerra che conta. Chi ne è consapevole capisce che quella che è importante è la guerra contro l'ingiustizia, contro l'abbandono che fanno certi giovani, contro l'oblio in cui viene mantenuta una parte della popolazione in ogni Stato del mondo, senza condividere con essa i benefici della cultura e le opportunità del successo sociale. È quando non si è più padroni del proprio destino, quando si pensa, o si ritiene che il mondo attorno a noi sia chiuso e che per noi non vi sia più spazio, che siamo facile preda del primo alito di vendetta che ci passa vicino e ci incendia: poiché non siamo più padroni del nostro destino, facilmente prendiamo per religione quella che è invece soltanto alienazione: è questo sfacelo che dobbiamo arrestare.

Ermanno Antonio Uccelli


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