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martedì 14 luglio 2020 | 02:05
 Edizione del 18/05/2015
 
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''Grazie ancora, partigiano Comandante''
Quindici anni fa, zoppicava l’anno duemila. Stavamo entrando nel terzo millennio, con un carico di vergogna faticoso da portare. La democrazia aveva cominciato la sua lenta e dolorosa agonia
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''Grazie ancora, partigiano Comandante''
( VERSIONE TESTUALE )

Da dieci anni avevo ripreso a scrivere poesie, dopo un silenzio parzialmente colpevole. Dietro invito del responsabile del Circolo Vizioso, sito nel quartiere Primo maggio di Brescia, una vecchia osteria, io e il mio amico Mahem Pintossi, avevamo organizzato una lettura non solo di poesie. Ricordo benissimo la frase di apertura: “Noi italiani, abbiamo uomini politici, la cui statura morale arriva a malapena sotto la coda di un asino sardo. Pensavo di essere originale, ma già settanta e rotti anni fa, quello che oggi potremmo appellare un sincero cristiano-comunista, scriveva cose analoghe. Il comandante della 122 Brigata Garibaldi, Giuseppe Gheda detto “Bruno”, nei rari appunti che a noi sono giunti grazie alla fondazione Micheletti, e ai ricordi di suo fratello Renato, così scriveva: “Che diritto ha questa società di giudicare e condannare, dal momento che lei stessa è colpevole. Chi sono i ladri in questo momento? I ricchi, i giudici, i politici, essi sono più criminali dei ladri, perché rubano ad un disgraziato che commette uno sbaglio (per ignoranza o per necessità) l’esistenza, la vita, la libertà, la pace,un posto al sole. Uccidono un miserabile moralmente, e gli infliggono quella spaventosa morte civile, quella morte a cielo aperto che si chiama prigione. Coloro che sono ricchi, spogliano coloro che sono poveri, la corruzione si sviluppa in questa società putrida”. In un'altra pagina del suo piccolo quaderno a quadretti, così si esprime il partigiano “Bruno”: “Che cosa si vuole estrarre dalla società? Il benessere dell’uomo, cioè del popolo. Primo, produrre la ricchezza, secondo, ripartirla. Il primo problema comprende la gestione del lavoro, il secondo la questione del salario. Nel primo problema si tratta dell’impiego delle forze, nel secondo, la distribuzione del godimento. Dal buon impiego delle forze risulta la potenza pubblica. Dalla buona distribuzione dei godimenti, la felicità individuale. Da queste due cose combinate, potenza pubblica al di fuori, felicità individuale al di dentro, risulta: “Prosperità sociale, nazione grande”. Nel settantesimo anniversario della sua morte, ho deciso di riproporre alcune delle cose che ho scritto su di lui, su Giuseppe Gheda , nome di battaglia “Bruno”, una delle molteplici radici che hanno dato origine al tronco della nostra democrazia, affinché noi che ne siamo le foglie ne conservassimo memoria. Una ballata, una poesia, un racconto fantasy. Un minimo tributo ad una delle figure più eroiche e pure, della Resistenza in Valtrompia. Arrivederci Comandante, per altre resistenze, sotto altri cieli.

A «BRUNO» IL PARTIGIANO

Non avevi vent'anni,
quel giorno d'aprile
sotto la cima"Perlonga"
ma il tuo amore per noi,
era adulto da tempo.

Pallottole nere,
scavarono cunicoli di morte
(quel giorno d 'aprile)
in cerca della tua anima,
ma un falco la prese.

Talvolta, lo sento quel falco
e ogni volta mi parla di te.

Jo Dallera

BALLATA PER GIUSEPPE GHEDA DETTO «BRUNO»
(Comandante della 122a Brigata Garibaldi)

Sui monti della Val Trompia
cinquanta e rotti anni fa,
contro Tedeschi e fascisti
ci fu guerriglia per la libertà.
Potremmo fare i nomi di tutti
i morti, i torturati, gli offesi
ma per voi sarebbero solo fantasmi
e a noi ci vorrebbero mesi.
Di uno, vi voglio parlare,
non certo il migliore, ne il solo,
di uno dei tanti rapaci,
a cui tutti invidiavano il volo.
Di giorno operaio alla OM
la sera sui banchi a studiare,
un ragazzo di diciotto anni
che mai, avrebbe voluto sparare.
Ma a neanche vent'anni è già comandante,
lungo i fianchi del monte Guglielmo,
di un manipolo di partigiani,
che sputavano in faccia all'inverno.
Nelle malghe, che sognavan l'estate,
le finestre avevano vetri di brina,
e non mai abbastanza coperte,
solo grappa "se c'era", per tirare mattina.
Gli Inglesi e gli Americani,
facevano lanci di notte,
di armi, viveri e scarpe,
ma solo alle bande bigotte.
Ahi! Comandante Giuseppe,
camicia tinta di rosso,
non ti resta, che tirare la cinghia,
o piegarti e saltare il fosso.
Tu e gli altri sui monti a morire,
intonando, forse l'ultimo canto,
i vili a smazzare le carte,
alla vecchia osteria del rimpianto.
A te non morì la speranza,
dialogavi con Marx e con Cristo,
Manifesto e Vangelo portavi,
nello zaino di nonno Evaristo.
Ci si misero, si narra, seicento,
per accerchiare il Sonclino,
quasi tutti vestiti di nero,
per potervi piegare il destino.
Tutti quanti potevate fuggire,
il mattino era ancora lontano,
preferiste restare a morire,
nessuno pensò fosse invano.
Non sarai mai nei libri di storia
di questo stivale ignorante,
noi ti avremo per sempre nel cuore.
Grazie ancora, partigiano comandante.

Jo Dallera


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