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martedì 14 luglio 2020 | 05:56
 Edizione del 22/06/2015
 
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GRIDO NEGRO
I gemelli “Matteo” non sono riusciti a rottamare la vecchia politica, o l’antica corruzione
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GRIDO NEGRO
( VERSIONE TESTUALE )

È riuscito meglio a loro, stravolgere il Vangelo di un loro omonimo. La nazione Italia, che ha nel suo baricentro il Vaticano, la nazione cattolica e cristiana, ha un nuovo credo: “Ama il prossimo tuo come te stesso, ma solo se è bianco, benestante, e può essere utile al tuo partito.” Una nuova interpretazione del Vangelo, di un libro vecchio di duemila anni, del quale ogni tanto il Papa venuto dalla fine del mondo, parla, senza che alle parole seguano sempre le azioni o i fatti. Diciamocela tutta, gli immigrati non sbarcano in Italia, sbarcano nell’Europa del sud. Quell’Europa che rese possibile il suo sviluppo, depredando il Sudamerica, come, con rara maestria ci raccontò Eduardo Galeano quando scrisse, che se era la spagna nel 1600 a mungere la vacca, erano gli altri a berne il latte. Banchieri veneziani, fiamminghi, inglesi. Il Sudamerica fu solo la prima tappa, poi toccò all’Africa tutta. Se gli africani cercano di raggiungere l’Europa, è perché noi li abbiamo derubati (e continuiamo a farlo) di buona parte delle loro risorse, corrompendo, o aiutando piccoli dittatori a decidere della vita di milioni di persone. La vecchia culla della cultura ladronesca europea, ha sottratto all’intera Africa: petrolio, uranio, litio, legname prezioso, e fino a che le ha fatto comodo, manodopera a basso costo.
Molto probabilmente, l’assassinio di Gheddafi, per mano pare di un agente segreto francese, avvenne a causa del suo impegno teso a creare gli Stati Uniti d’Africa. La qual cosa avrebbe messo fine al continuo latrocinio dell’occidente nei confronti dei nostri fratelli neri. È terribile dover constatare che da quasi un secolo, il rapporto tra bianchi e neri non abbia fatto nessun passo avanti. Negli Stati Uniti, una delle presunte democrazie, la vita media di un negro, è inferiore a quella di un abitante della Striscia di Gaza, il che è tutto dire. Fu nel 1912, che Paul Lawrence Dunbar, un negro, fece sentire per primo la sua autentica voce, il suo grido, in un antologia di poeti afroamericani. Vachel Lindsay raccolse il suo grido, trasformandosi nel “commesso viaggiatore”, nel celebratore dell’anima e della psicologia negra. Vachel si fece banditore, in Florida, in Georgia, e in Carolina, anche di un altro grande poeta: Langston Hughes, il più forte e carismatico dei poeti negri che la poesia americana di oggi possa vantare. Langston Hughes, nasce il primo di febbraio del 1902 a Joplin, nel Missouri. Studiò alla Columbia University per un anno. Abbandonato lo studio, si imbarcò su una nave a noleggio, e viaggiò per due anni tra l’Africa e l’Europa. Visitò l’Italia e la Spagna, arrivò a Parigi con sette dollari in tasca, e nonostante fosse un ottimo insegnante d’Inglese, per campare si adattò ai lavori più umili. Ritornò a New York con trentacinque centesimi in saccoccia. Dopo un periodo come giornalista, poco amato per la sua prosa tagliente e anarchica, si trasformò in facchino, continuando a scrivere poesie. Come abbiamo scritto all’interno di questo articolo, il suo talento poetico fu scoperto da Vachel Lindsay, che lesse alcune delle sue liriche, in una delle sue singolari riunioni, tenuta proprio nello stesso albergo dove Hughes era impiegato come uomo di fatica. Iniziò così la fama di colui, che non a torto è considerato il più grande poeta della negritudine. Autore di romanzi, di drammi teatrali, mirabile il suo “Mulatto”, pubblicò numerosi libri di poesie, alcune delle quali furono spesso cantate dalle più prestigiose orchestre jazz. Da sempre impegnato a denunciare l’intollerabile condizione dei negri negli Stati Uniti d’America, Langston Hughes morì a New York nel 1967. Morì l’uomo, ma non il poeta. I suoi versi continueranno a scuotere le nostre coscienze, perché come ci ricordava Padre Davide Maria Turoldo: “Una è la terra, uno è l’uomo.”
Ho scelto per voi due sue composizioni, facili da capire, difficili da dimenticare, e ricordatevi ogni tanto che per professarsi cattolici o cristiani non basta andare in chiesa.

Sputacchiere d’ottone
Pulisci le sputacchiere ragazzo.
Detroit, Chicago,
Atlantic City, Palm Beach.
Pulisci le sputacchiere ragazzo.
Il vapore delle cucine dell’albergo,
e il fumo nei corridoi dell’albergo,
parte della mia vita.
Ehi, ragazzo!
Un soldo, un ventino,
un dollaro, due dollari al giorno.
Ehi ragazzo!
Un soldo, un ventino,
un dollaro, due dollari.
Comprare le scarpe al bambino,
pagare l’affitto, gin il sabato,
e chiesa la domenica.
Mio Dio!
Bambini e gin e chiesa,
e donne, e domenica,
tutto mischiato con ventini
e dollari, e sputacchiere pulite,
e affitto da pagare.
Ehi ragazzo!
Una lucente coppa d’ottone è bella per il Signore.
Lucente ottone lucido come i cembali
per le danze del Re David,
come le tazze di vino di Salomone.
Ehi ragazzo!
Una sputacchiera pulita sull’altare del Signore.
Una sputacchiera pulita e lucente, appena lustrata
almeno mi sai possibile offrirla!
Lucida le sputacchiere ragazzo!

Anch’io
Anch’io canto l’America.
Io sono il fratello più scuro.
Mi mandano a mangiare in cucina
quando vengono ospiti,
ma io rido,
e mangio bene,
e divento forte.
Domani, siederò a tavola
quando vengono ospiti.
Allora,
nessuno oserà dire a me:
“Mangia in cucina.”
E poi,
vedranno come sono bello
e si vergogneranno:
Anch’io sono l’America.


Vi lascio con un testo che ho scritto nel 1966, quando avevo sedici anni. Lo dedico a quelle decine di migranti che alla metà di giugno, sotto un furioso temporale, per due lunghi giorni si sono accampati sulle rocce a pochi metri dalla frontiera francese, a pochi metri da quella nazione che “aveva” per motto: “Libertè, Egalitè, Fraternité”.


Non chiedo parole…

Non chiedo parole,
che sanno di miele,
per i guaiti
della mia anima,
né bende
per le mie ferite,
od oppio
per il mio dolore.
Chiedo solo
di svegliarmi un mattino,
e scoprire che a nessuno
interessa il colore della mia pelle.

Jo Dallera


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