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martedì 14 luglio 2020 | 05:52
 Edizione del 24/07/2015
 
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Il contributo delle donne durante la Grande Guerra
Molto si è scritto in questi cent’anni sul positivo e innegabile contributo dato dalle donne durante la Grande Guerra. E ancora si cerca di evidenziare il contributo che quella drammatica situazione diede per alcuni aspetti, all’emancipazione della donna ridimensionata, successivamente, dal fascismo
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Il contributo delle donne durante la Grande Guerra
( VERSIONE TESTUALE )

I milioni di contadini delle pianure e delle montagne chiamati alle armi furono sostituiti dalle donne che, già nei momenti di maggior bisogno durante l’anno agricolo, erano a fianco dei genitori o dei mariti. Nelle fabbriche metallurgiche, riconvertite per esigenze belliche, entrarono molte donne. Insomma, l’economia di guerra, con il contributo delle donne seppe reggere alle esigenze della Nazione. Alcune donne della borghesia e dell’aristocrazia si fecero promotrici di movimenti assistenzialistici e caritativi. Molte volontarie , donne e ragazze, prestarono aiuto negli ospedali delle retrovie – vedi Croce Rossa e altre associazioni benemerite. L’inserimento massiccio delle donne (e dei minori) nella produzione industriale suscitò alcune preoccupazioni manifestate in un’interrogazione alla Camera dei deputati dall’onorevole Filippo Turati nella seduta del 15 dicembre 1916. Nell’interrogazione si chiedeva “di emanare norme, per la speciale tutela del lavoro delle donne in siffatta industria, in materia di capacità fisica, di salari, di orari, di qualità e turni di lavoro”; di ripristinare il personale e la funzione dell'Ispettorato del lavoro; di “provvedere a che il reclutamento delle operaie avvenga dovunque a mezzo di Uffici e Commissioni di collocamento tecnicamente competenti, con rappresentanza dell’elemento lavoratore e delle sue organizzazioni; e, “in previsione della futura auspicata cessazione della guerra, preparare fin d’ora norme ed ausili di Stato per l’organizzazione generale del collocamento del lavoro industriale ed agricolo”. Ma la cosa più sorprendente fu la discesa in campo della Lega “Pro limitazione dei Consumi” che così si rivolgeva alle donne: “Ogni donna che si senta italiana, ogni donna che ha il pensiero assillante dei suoi cari al fronte lontano, abbia orrore di comperare un solo oggetto che non sia italiano”. Questo andava bene per le donne della borghesia. Alle donne di casa, maestre dell’economia domestica in tempi di miseria, si suggerivano ricette “risparmiose” delle quali non si sentiva proprio la necessità. Un esempio è la ricetta d i un budino fatto con le briciole del pane. “Si mettono a bagno le briciole (raccolte in quindici giorni) con un poco di latte; si sala leggermente; si aggiunge un poco di farina – comunque essa sia – e cioè di grano, di polenta, o di castagne o semolino e volendo anche un poco di ogni tipo, si aggiunge ovo con la chiara montata, si unge una forma e si informa”. Ottimo. Da provare.


CARA MOGLIE TI SCRIVO

Allo scoppio della guerra l’Italia aveva sotto le armi 248 mila uomini, al 1° luglio 1915 erano già 1.557.000; nei quattro anni della guerra furono chiamati complessivamente 5.903.000 uomini, coinvolgendo le classi dal 1874 al 1899. Un’alta percentuale di questi soldati, perciò, aveva già prestato il servizio di leva ed aveva costituito la propria famiglia: erano i richiamati. Se è difficile immaginare lo strazio delle madri che avevano i figli ventenni al fronte altrettanto lo è, e forse di più, riuscire a pensare il dramma di giovani sposi costretti a separarsi, a interrompere o spezzare definitivamente i progetti di una vita futura sognata insieme, e l’incosciente sofferenza dei bambini costretti a vivere orfani anzitempo e ad attendere, spesso invano, il ritorno di un papà del quale avevano sentito solo parlare. Non sono conservate, purtroppo, le numerose lettere inviate dalle giovani spose ai mariti richiamati e da questi conservate nelle tasche della giubba sepolta con loro, sporche di sangue, negli innumerevoli cimiteri di guerra; abbiamo, però, molto materiale epistolare dei caduti alle mogli e da questo si possono conoscere le attese spasmodiche di notizie, i tormenti della lontananza, le lacrime silenziose.
Il dolore più grande per un richiamato è quello di dover lasciare la famiglia. Ce ne dà un cenno Giovanni Mainetti di Gussago scrivendo alla moglie Elisa in data 17 febbraio 1916: “ … A lasiare la famiglia e cara eliza io non mi fava intendere prima di partire di caza ma avevo il cuore in fiamato adovendo partire di nuovamente sotto le ar mi e lasiarti te ei miei due grandi soglievi del mio cuore, adorati bimbi”.
Arrivati al fronte è la mancanza di notizie che pesa, il sentirsi dimenticato dalle persone più care e, soprattutto, dalla moglie. Ma a parziale giustificazione delle giovani spose bisogna ricordare che spesso non sanno scrivere e, perciò, devono ricorrere all’aiuto di parenti o persone istruite del paese come il parroco o il padrone; e non sempre il tramite agevola la comunicazione e la manifestazione dei sentimenti più intimi che legano i due sposi. Sono costrette a rimanere nel vago chiedendo e dando conto della salute che, in quei frangenti, non è una banalità; parlando degli affari di famiglia e dell’andamento della campagna. I mariti, invece, anche se sottoposti alla censura, hanno maggiore libertà nel manifestare gli affetti e i sentimenti.
Ma quando non arriva la posta…
Per mè è una triste vita, quello di vivere nelle continue sofferenze e senza sapere notizie di mia famiglia che tanto amo
“Cariscima Moglie… ti faccio sapere che io di quel giorno chè sono partito della mia casa – scrive l’8 settembre ’15 il caporale Giovanni Cattina residente a S. Gervasio, classe 86, del 111° fanteria – non ho ancora ricevuto nessuna notiscia… cara moglie io credo che tu non ti sarai dimenticata di me perche se tu avessi di sapere la disolascione che provo io tutti i giorni a vedere tutti i miei compagni a ricevere notiscie di casa, e io mi rista altro che ritirarmi nela mia grota a sospirare e a sperare al giorno apreso ma per me quel giorno non è ancora venuto”. Morì il 5 novembre nella 30a sezione di sanità per ferite riportate in combattimento. Suo fratello Gian Battista, classe 91, morì sul Carso il 30 agosto del ’17.
“Mia cara Laurina vedendo a passare anche ieri sera e non avendo nessuna lettera di te torno a chiederti un’altra volta il perché non mi scrivi, sei forse ammalata di non poter scrivermi o non ai tempo, insomma qualche cosa bisogna che ci sia se è che non ti senti bene allora sei compatita, ma se è per poco tempo questo mi dispiacerebbe perché per scrivermi due righe fai presto… io ti avevo detto di scrivermi tutti i giorni ma invece vedo che non mi scrivi più neanche il più necessario”: questa la lamentela garbata di Antonio Stabile di Cigole, classe 91, scritta alla moglie il 17 settembre 1915.
Eugenio Ferrari, 32 anni, è stato richiamato ed ha lasciato a Villachiara moglie e figli. Il 15 novembre del ’15 informa la moglie Teresina che in trincea sta facendo una “vita di canaglia” e che ha “scritto questa lettera colle mani gelate non posso tenere neanche la penna”. Due giorni dopo la moglie gli risponde ma serve tempo prima che la lettera arrivi a destinazione. Il 19 novembre Eugenio scrive nuovamente lamentandosi: “Cara moglie è tanto tempo che sono assente da casa e non ho ancora ricevuto nessun scritto; per mè è una triste vita, quello di vivere nelle continue sofferenze e senza sapere notizie di mia famiglia che tanto amo; … guarda di sollecitare e scrivi sempre onde fammi partecime ogni cosa”. E continua: “Ti raccomando di scrivermi presto onde potermi rallegrare un poco, perche mi spiace dirtelo ma la mia vita di trincea è peggiore a quella dei nostri porci … Ti saluto caramente inviandoti mille baci, prega Iddio per me, scrivimi presto tuo per sempre marito”. Finalmente, il 24 novembre, al Ferrari fu consegnata la lettera della moglie: non stava più nella pelle. “Ricevetti tua prima lettera… con tanta consolazione / Sembrava avessi ricevuto il Signore”. E continuava chiedendole “un pacco con un po di salame un po di cioccolata e un paio di calze di lana” che non ricevette mai perché il 29 novembre fu falciato nel settore di Tolmino, sull’Alto Isonzo. Se l’era augurato in conclusione alla sua lettera: “Mi auguro la morte ogni istante piuttosto ch’essere in queste pene”.
Anche Francesco Andè, di 34 anni e ammogliato, scriveva dalla trincea nel settore di Tolmino e con poche eloquentissime parole descriveva l’ambiente nel quale si trovava: “Cara Moglie Ora è più triste ancora morti e feriti tutti i giorni cose di spavento”. Per questo “Cara Antonia era gia qualche giorno che aspettavo con gran desiderio lessi subito le tue parole che appena vedi il tuo carattere [grafia] le lacrime miscorrevano dalgli occhi della consolazione”. Il giorno dopo, 18 marzo 1916, morì in combattimento.
Anche Giacomo Nulli da Iseo, 38° regg.to fanteria, 25 anni e padre di due figli, scrisse alla moglie dalla trincea il 30 giugno ’15 dando sue notizie: “Quando mi trovo nella mia trincia non disturbato dal nemico penso a te cara moglie e ai nostri cari bambini”. Ma quando va all’assalto “a braccio il mio fucile con tanta nergia mi fa dimenticare tutti i pensieri della famiglia”. Morirà per malattia il 22 dicembre a Bigliara. Il già citato Marco Forcelli (classe ’90), di Brescia, durante la battaglia Monfalcone dell’8/9 giugno, provava sentimenti diversi : “Moglie carissima, … mentre combattevo ti dico il vero che la tua immagine e quella della Rina [la figlia] mi gironsavano sempre dintorno come per proteggermi dal nemico e quante lacrime versai pensando a voi due…”.
Grande gioia esprimeva anche Angelo Boglioni di Rodengo Saiano, richiamato della classe 88, 94° regg.to fanteria, nella lettera che scrisse alla moglie il 18 agosto: “Cara Vittoria ho ricevuto la tua lettera quale sono molto contento nel ricevere la tua… Dammi risposta tutte le letre che io ti scrivo perché era 8 giorni che non avevo risposta quando ho ricevuto la tua mi sono rallegrato il mio cuore mi e confiato della contentessa nel ricevere i tuo scritti…”. Cadrà lo stesso giorno.
Il caso più tristemente emblematico è quello di Angelo Guerreschi di Orzivecchi improvvisamente mandato in prima linea senza aver notizie della moglie e dei figli. Aveva 32 anni e apparteneva a quella “disfortunata classe dell’otanta quatro [1883] tutta compiuta da padri di famiglia che ha dovuto sobbire un strazio cosi all’improvvisa e indirizzati subito per il fronte”. Ha lasciato a casa figli e moglie. Da Rovigo, il 28 ottobre le scrisse della sua improvvisa partenza per il fronte lamentandosi di non aver notizie sue e dei figli: “ … ti scrivo proprio scoraggiato sapendo che noi questa sera dobbiamo partire per il fronte Dunque puoi considerare il dolore che provo io sensa sapere niente di te e dei miei cari figli”. Arrivato al fronte, fu subito inviato in prima linea dove, il 6 novembre, cessò di vivere nell’ospedaletto da campo n. 97 per ferite riportate in combattimento.

… e mi mete a Quardare il tuo bel vizo e i iochi del mio paradizo che tanto ti amo

Dalle trincee giungeva spesso alle spose la richiesta di una fotografia, di un’immagine sulla quale piangere. Non era un segno di debolezza, ma il desiderio di aver sempre davanti a gli occhi anche nei momenti più tragici il volto della moglie e dei figli. Ecco la richiesta di Carlo Battesi residente a Corzano, classe 86, 137° regg.to fanteria, alla moglie in data 8 ottobre ’15: “Carisima mia buona Lucia… ti facio sapere se fai il piacere … di mandarmi una camicia qualche calsa… e la tua aspetata fotografia che giorno e note lo dosidero ti racomando quando mi mandi il paco di mandarmela insieme e anche quela dei bambini che giorno e note a loro penso termino che uno lacrima mi cuarcia gli ochi non poso scrivere”. La buona Lucia gli mandò la sua fotografia e ne abbiamo la conferma in una lettera di Carlo del 24 dicembre: “O mia Cara Lucia… tu non stare sperare male di me che io penso sempre a te e miei Cari figli che tanto bene che ti porto a te… e na Coza di morire Al bene che ti porto A te che tutti i giorni e note mi mete apiangere perche non ti vedo piu e mi mete A quardare il tuo bel vizo e i iochi del mio paradizo che tanto ti amo e senper ti quardo il tuo Ritratto e la ti bacio e poi mi mete apiangere perche non ti vedo piu…”. Non si sbagliava; prima o poi anche a lui sarebbe successo. Nell’ultima cartolina del 2 gennaio ’16 : “Mia cara spoza… pensa ai tuoi figli non per me che per me non posso più vederti”. Cadde l’8 gennaio sul Carso lasciando la moglie e il figlioletto Gino.
Anche le mogli si fanno sentire e si lamentano quando non arriva posta dal fronte; la moglie di Angelo Cò di Pontevico gli deve aver scritto: “ … altro che moglie indimenticabile, non mi scrivi mai”. Angelo, classe 86, caporal maggiore del 25° fanteria, padre di due bambine, il 21 settembre del ’15, rispondeva alla moglie Maddalena: “ Cara Moglie nonpuoi Immaginare cuanto sono dispiacente a sentire che tu mi dici discrivere sempre oche mi dici tua Indimenticabile cheio queste offese non lemerito Cara Maddalena tio scritto almeno 12 o 13 lettere una tutti i giorni…”. Una decina di giorni prima le aveva scritto: “Cara Maddalena tumidici seò piacere di avere la fotografia cuando scrivi mandamela pure che io lo Accetto volentieri”.
Ma il 1° ottobre non ancora era arrivata. Forse il povero Angelo la ricevette nella 7a sezione di sanità dove morì il 17 dello stesso mese.
Elisa, madre di due figli, moglie di Giovanni Mainetti di Gussago, classe 83, del 160° fanteria, gli aveva chiesto in una sua lettera che le fosse inviata una fotografia dal marito. Prontamente il nostro soldato le rispose il 17 febbraio 1916: “ … senti Eliza tu mi dissi per la fotografia, perche non lo fatta fare anchio mi rinchrese ma devi pensare che io spero in dio che mi dia la sua santa grassia di potere ristornare in persona in sieme con voi e non desiderare la fotografia… la fotografia se idio mi dara la grassia di ritornare a casa Andaremo a farla fare tutti cuatra insieme [genitori e i due figli]”. La fiducia in Dio di Mainetti non lo salvò dal massacro che si perpetuò sul Monte nero per più di anno; e lì cadde combattendo il 1° maggio ’16.
Non tutti i soldati, però, vissero la lontananza da casa con il dramma interiore che gli esempi sopraccitati ci hanno mostrato. C’è una lettera alla moglie di Giuseppe Pienzi da Chiari, classe 85, che ci dà dei suoi commilitoni un’immagine completamente diversa. “Cara Moglie – scrive da Firenze il 4 aprile ’16 – a dire che qui sono in messo a tutti padri di famiglia come me e che non fanno altro che ridere e cantare io penso che di amore verso la sua famiglia ne devono avere poco. Alle volte le dico se non pensano a casa e mi rispondono a casa stanno meglio di noi qui, le dico se non pensano che devono andare alla guerra e mi rispondono che non pensano perche sanno la sorte che l’aspettano e che non vogliono morire a forse di pensarci. … Io non posso abbituarmi come loro io penso sempre a te e ai miei cari figli che forse non avro piu il piacere di vederli. … a questo pensiero mi viene da piangere che o fino vergogna dei miei compagni, solo di notte quando sono di guardia in qualche angolo oscuro mi metto a piangere proprio con soddisfazione e piango tanto di gusto che il mio quore ne trova soglievo”. Morirà sul Monte Maio il 3 luglio ’16 alla fine della Strafexpedition o spedizione punitiva lanciata dagli austriaci nel maggio-giugno di quell’anno.

Gian Battista Muzzi


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