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giovedì 09 aprile 2020 | 00:28
 Edizione del 09/02/2016
 
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Io mi ricordo
Quando Gesù nel Vangelo disse: “ Lasciate che i bambini vengano a me”, non penso intendesse gli fossero consegnati come cadaverini dai ventri gonfi di acqua salata, piccole salme svuotate degli organi vitali da commercianti che nulla hanno di umano, o sotto forma di immense nuvole di cenere
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Io mi ricordo
( VERSIONE TESTUALE )

Nel “fumo che saliva lento” come cantava Guccini, c’erano anche i bambini di Terezin. Terezin è una città della repubblica ceca, ubicata a circa sessanta chilometri a nord di Praga. Nacque alla fine del diciottesimo secolo come città fortezza, con due poli tra loro distinti: la “Grande fortezza” e la “Piccola fortezza”. Fu trasformata dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale in campo di concentramento. Il lager di Terezin aveva una doppia funzione, transito e smistamento verso altri campi di sterminio dei prigionieri, e soppressione degli stessi. Tra il 1941 e il 1945, vennero portati a Terezin più di centoquarantamila ebrei, trentatremila dei quali morirono nel campo a causa principalmente delle pessime condizioni di detenzione. Pur nel disagio della dura vita quotidiana, e stante la presenza nel lager di numerosi bambini, alcuni dei maschi ebrei più istruiti, si sforzarono affinché tutti i piccoli potessero continuare il loro percorso educativo tenendo lezioni e promuovendo attività culturali. questo portò alla pubblicazione di una rivista illustrata titolata “Vedem”, che trattava di poesia, recensione di libri, e numerosi disegni. Gli autori erano ragazzi dai dodici ai quindici anni. Alla conclusione del conflitto, degli oltre quindici mila autori e lettori, ne sopravvissero meno di centocinquanta. Quelle che seguono , sono solo alcune delle innumerevoli testimonianze dei protagonisti di quella immane tragedia.

… siamo abituati
a piantarci in lunghe file alle sette del mattino,
a mezzogiorno e alle sette di sera,
con la gavetta in pugno,
per un po’ di acqua tiepida
dal sapore di sale o di caffè,
o se va bene, per qualche patata.
Ci siamo abituati
a dormire senza letto,
a salutare ogni uniforme scendendo
dal marciapiede,
e risalendo poi sul marciapiede.
Ci siamo abituati
agli schiaffi senza motivo,
alle botte e alle impiccagioni.
Ci siamo abituati
a vedere la gente morire
nei propri escrementi,
a veder salire in alto la montagna
delle casse da morto,
a vedere i malati giacere
nella loro sporcizia,
e i medici impotenti.
Ci siamo abituati
all’arrivo periodico di migliaia di infelici
e alla corrispondente partenza
di un altro migliaio di esseri
ancora più infelici…
(Peter Fischl di anni quindici)

“Uomini distrutti”
Uomini distrutti
vanno per la via,
i bimbi tutti impalliditi,
sulle schiene hanno gli zaini,
questo trasporto polacco va.
Vanno con lui i vecchi,
e con lui vanno i giovani,
e con lui vanno i sani,
e con lui vanno i malati,
e non sanno se sopraviveranno.
È andato il trasporto “A”,
e di loro la maggior parte è andata.
Qui sono morti a migliaia,
eppure questo non basta,
questa donnola tedesca,
vuole sangue ancora e ancora.
(Zdenek Weinberger di anni sedici)

Un gioco da ragazzi

Trentatré anni in due.
Uno si chiamava Riccardo aveva 17 anni, l’altro Giovanni 16. Due ragazzi coraggiosi a cui a solo la sfortuna impedì di portare a termine una delle tante azioni che alcuni operai della Beretta eseguivano per fornire armi e munizioni ai partigiani.
Furono sfortunati i due amici, il piano lo avevano studiato bene, approfittando del coprifuoco avevano pensato di calare dalla finestra di un bagno legato ad un sottile filo di ferro un mitra completo.
Il caricatore e la pinza servita per torcere il filo, li aveva occultati Riccardo sotto il mantello, lo stesso aveva abilmente distratto il portinaio all’uscita fingendo un salto di catena sulla vecchia bicicletta.
Purtroppo il legaccio si era rotto mentre Giovanni lasciava scivolare l’arma verso il suolo e il rumore metallico aveva attirato l’attenzione di un passante.
Li beccarono tutti e due, e in prigione diedero loro una di quelle strigliate che non si scordano facilmente.
Giovanni confessò che l’idea del furto era stata sua, e che il mitra lo doveva consegnare ad un suo parente ribelle.
Riccardo uscì dopo quattro giorni con i segni evidenti di un accurato pestaggio.
Giovanni ci passò un mese in quella prigione.
Non fu il furto che portò Riccardo a Dachau, bensì la renitenza alla leva.
Licenziato dalla Beretta, disoccupato e tenuto d’occhio dai fascisti, nonostante le numerose lettere che gli intimavano di arruolarsi non si presentò mai. Ma una sera di marzo del ‘44, tornando dalla montagna dove lavorava come taglialegna, ebbe la sgradita sorpresa di trovarvi due carabinieri.
Gli lasciarono giusto il tempo per prelevare qualche indumento, prima di accompagnarlo alla tradotta che partiva per la Germania.
Riccardo ce la fece a ritornare a casa da quell’inferno. Arrivò a Marcheno alla fine di aprile del ‘45, magro come un chiodo, i vestiti e le scarpe a brandelli, si era fatto a piedi con alcuni compagni centinaia e centinaia di chilometri.

Un gioco
da ragazzi
(destinazione Dachau)

Il mio nome era 2777,
trentasette chili, italiano, 17 anni.
Anni fa
ero un ragazzo,
operaio in Beretta,
avevo una famiglia, un paese,
ero un essere umano.
A Dachau una bestia da soma,
un’ombra consumata
che stendeva rotaie
per i treni tedeschi.
Dieci ore di lavoro
per un pane di segale
o una gavetta di zuppa,
e nella baracca 23
all’appello serale
mancava sempre qualcuno
più sfortunato di noi.
Sembrava un gioco da ragazzi
rubare un mitra dalla fabbrica,
ma dopo due ore di tortura
avrei denunciato persino
mia madre.
Tornai dopo una lunga fuga
la penultima sera d’aprile del ‘45,
entrai in casa ad occhi bassi
turbato da quel rimorso lontano.

Jo Dallera


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