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 Edizione del 16/03/2016
 
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Anne Sexton, l’angelo desolato
Scriveva in una sua poesia Davide Maria Turoldo: “Io non ho mani che mi accarezzino il volto”, e ancora “Nessuno creda che si possa staccare la poesia dalla vita, la poesia non è un esercizio letterario e tantomeno la vita è accademia”
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Anne Sexton, l’angelo desolato
( VERSIONE TESTUALE )

“La nostra poi, questa che ci è toccata in sorte, pare che porti i segni di una maledizione. Intendo di questo modo di vivere, di queste furiose ideologie. Da qui il grido della disperazione che sale dalla moltitudine. E allora non solo il poeta, ma chiunque è appena sensibile, è voce di quel grido, e se è appena sincera poesia, essa è il gemito di tutti”. …io non ho mani che mi accarezzino il volto… “chiunque è appena sensibile”, “sincera poesia”. Un verso e due frasi estrapolate da vari contesti che paiono il ritratto umano e letterario di Anne Sexton. Anne Gray Harvey, nasce il nove novembre del 1928 nella contea di Newton in una famiglia più che benestante. Il padre, Ralph Churchill Harvey, proprietario di un grosso laboratorio tessile, ha accumulato una notevole fortuna fornendo coperte e uniformi ai militari americani impegnati nella Seconda Guerra Mondiale. La madre è la rampolla di una famiglia che ha dato all’America politici e intellettuali. Parrebbero le basi di un’infanzia felice e spensierata. Ma le vacanze trascorse nelle case di campagna,le gite in barca, gli agi, il lusso, i vestiti costosi, sono poca cosa, quando viene a mancare la cosa fondamentale: l’affetto. Anne Sexton si sente quasi un’estranea in casa propria. Il padre annega le sue non preoccupazioni nell’alcol, la madre si comporta con Anne come non fosse sua figlia. Dopo aver frequentato, con scarso risultato scuole pubbliche e private, cosciente delle sue difficoltà di concentrazione, decide, nonostante le aspettative della famiglia, di non iscriversi all’università. E, conscia del panorama di indifferenza che aleggia da anni nella magione, non ancora ventenne, decide di fuggire con il suo innamorato, Alfred Muller Sexton, detto Kajo. Nonostante comincino ad apparire alcuni disturbi mentali, decide di sposarsi. Non aveva grosse ambizioni, voleva solo essere madre, moglie, ed occuparsi della casa e del marito. Purtroppo Kajo viene richiamato e prende parte alla guerra in Corea. Nel 1953 la coppia prende casa a Boston, ed è lì, che nasce la primogenita Linda. Probabilmente, una depressione post parto, la contemporanea morte di un’amata zia, e le continue assenze del consorte a causa del lavoro, non giovano all’equilibrio mentale di Anne. Nel 1955, alla nascita della seconda figlia, Joyce, la Sexton è colpita da un’alternanza di crolli nervosi. Alla vigilia del suo ventottesimo compleanno, la bella, leggiadra, affascinante, malinconica Anne, cerca di togliersi la vita. È l’inizio di una sgradevole odissea, che la porta nel 1956 ad essere ricoverata in una clinica privata per malattie mentali. Nelle tre settimane di permanenza, incontrerà il dottor Martin Orne, che la seguirà per quasi una decina di anni. È il dottor Martin che la accompagna verso la scrittura e la poesia in particolare, quale forma di nuova terapia. L’approccio alla poesia è per Anne Sexton una sorta di rinascita. Scrive Anne alcuni anni dopo: “ Molto spesso la poesia è più avanzata, per quanto riguarda il mio inconscio, di quanto sia io. Dopotutto la poesia munge l’inconscio come fosse latte. L’inconscio è lì per nutrire la poesia con piccole immagini, piccoli simboli, risposte, intuizioni , che neppure io conosco”. Negli anni a venire, pubblica una decina di silloge poetiche. Per la sua terza raccolta di poesie: “Vivi o muori” edita nel 1957 viene insignita del prestigioso premio Pulitzer. Pur soddisfatta del riconoscimento, Anne Sexton continua ad essere un’anima in pena, e non riesce a liberarsi dalla dipendenza da alcol e psicofarmaci. Minata dalla depressione, tenta più volte di togliersi la vita, rendendo sempre più difficile il rapporto con gli amici e con la famiglia. Nel 1973, sempre più desolata, chiede il divorzio dal marito, lo ottiene, e decide di andare a vivere da sola con i suoi fantasmi, da cui mai è riuscita ad allontanarsi, pur essendo in assoluto in quegli anni, e negli anni a venire una delle migliori poetesse del novecento.” L’angelo desolato” chiude le sue ali il 4 ottobre del 1974. Dopo aver pranzato con l’amica Maxime Kumin, che nulla presagiva, Anne Sexton si toglie la vita nel garage di casa inalando il monossido di carbonio esalato dal tubo di scarico della sua auto. Scriveva Nietsche: “Solo chi ha il caos al proprio interno può generare una stella danzante”. Ve ne regalo due di stelle, due sincere, tristi, malinconiche poesie.

“In compagnia degli angeli”

Ero stanca di essere donna,
stanca di cucchiai e pentole,
stanca della mia bocca e dei miei seni,
stanca di trucchi e sete.
Alla mia tavola c’erano ancora uomini seduti,
raccolti intorno alla coppa che offrivo.
La coppa era colma di chicchi di uva viola,
e vi ronzavano attorno mosche per l’odore,
e anche mio padre giunse con il suo osso bianco.
Io però ero stanca del genere delle cose.
La notte scorsa ho fatto un sogno,
e gli ho detto…
“tu sei la risposta,
tu sopravvivrai a mio marito e a mio padre”.
Nel sogno c’era una città di catene,
dove Giovanna fu messa a morte in abiti maschili,
e la natura degli angeli non era spiegata,
non c’erano due della stessa specie,
chi col naso, chi con l’orecchio in mano,
chi masticava una stella misurandone l’orbita,
ognuno obbediente a se stesso come un poema,
facendo le veci di Dio, un popolo differente.
“Tu sei la risposta” dissi, ed entrai,
sdraiata alle porte della città.
Poi fui messa in catene,
e persi il mio genere e l’aspetto finale.
Adamo era alla mia sinistra,
Eva alla mia destra,
entrambi in contrasto con il mondo razionale.
Intrecciammo la braccia,
e cavalcammo sotto il sole.
Non ero più donna, né una cosa, né l’altra.
O figlie di Gerusalemme,
il Re mi ha condotto nelle sue stanze.
Sono nera e bella.
Sono stata aperta e spogliata.
Non ho né braccia né gambe.
Sono tutta di pelle come un pesce.
Non sono più donna di quanto Gesù fosse uomo.

“Per il mio amante, che ritorna
da sua moglie”
Lei è tutta là.
Lei è stata accuratamente fusa per te,
forgiata dalla tua infanzia,
forgiata con le tue cento biglie preferite.
Lei è sempre stata là, tesoro.
A dire il vero è deliziosa.
Fuochi d’artificio nella tetra metà di febbraio,
autentica come una pentola di ghisa.
Ammettiamolo, io sono stata di passaggio.
Un lusso. Un panfilo rosso fiamma nel porto.
I miei capelli si sollevano come fumo
dal finestrino dell’auto.
Lei è qualcosa di più. Lei è ciò che ti spetta.
Questo non è un esperimento. Lei è tutta armonia.
Lei controlla i remi e gli scalmi della barca,
ha sistemato i fiori di campo sul davanzale per colazione,
ha dato alla luce tre figli sotto la luna,
tre cherubini disegnati da Michelangelo,
l’ha fatto con le gambe spalancate
nei terribili mesi della cappella.
Se alzi gli occhi, i bambini sono lì,
come palloncini delicati posati sul soffitto.
Inoltre lei li ha portati lungo l’ingresso uno per uno,
dopo cena, le teste privatamente rannicchiate,
due gambe che protestano corpo a corpo,
il suo viso avvampato da un canto e dal loro tenero sonno.
Ti restituisco il tuo cuore, ti do il permesso…
per la miccia dentro di lei, che freme
rabbiosa nella polvere, per la cagna in lei
e per la sepoltura della sua ferita…
per seppellire viva la sua piccola ferita rossa…
per il pallido bagliore tremolante sotto le costole,
per il marinaio ubriaco che attende
nel polso sinistro di lei,
per le ginocchia della madre, per le calze,
per il reggicalze, per il richiamo…
il curioso richiamo,
di quando scaverai nelle braccia e nei seni,
e tirerai il fiocco arancione nei suoi capelli,
e risponderai al richiamo, al curioso richiamo.
Lei è così nuda e unica.
Lei è la somma di te stesso e del tuo sogno.
Arrampicati su di lei come su un monumento,
gradino dopo gradino.
Lei è solida. Quanto a me,
io sono un acquerello,scolorisco.


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