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lunedì 16 dicembre 2019 | 08:10
 Edizione del 16/12/2016
 
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Lettera a Gesù Bambino 2016
Eia-eia-eialà-ssù, non ti scrivo anche “cucù”, perché ti voglio bene, anche se non ci vediamo mai. C’è un discreto sentore di dittatura qui da noi, d’altronde lo diceva già Mussolini settanta e rotti anni fa: “Come si fa a non essere padroni in una nazione di servi?”
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Lettera a Gesù Bambino 2016
( VERSIONE TESTUALE )

Il nuovo nonno, vecchio partigiano, me lo ripete spesso. Come spesso mi ripete, che la Resistenza fu il sacrificio di pochi per l’alibi dei molti. Ti scrivo questa lettera, appena prima delle votazioni su un referendum che il mio papà trova francamente idiota. Il novantanove, nove, dei giornali, tutti quelli che campano non della professionalità dei propri giornalisti, ma dei soldi che lo Stato generosamente elargisce loro, non hanno il coraggio di affrontare la verità. La nostra nazione, per la quale i compagni di lotta di mio nonno hanno dato la vita (Socialisti, comunisti, democristiani, quelli di Giustizia e Libertà) è ormai una Patria fondata su un’insana e discreta prostituzione. Qualche migliaio di anni fa, si rinunciava alla primogenitura per un piatto di lenticchie, oggi si vende il voto per una frittura di pesce, un paio di scarpe, o per l’assunzione in una Cooperativa. Il nonno ci ha un magone che gli ha tolto la parola. Sono due giorni che non proferisce verbo. Si è messo accanto alla stufa, non mangia più, non beve più. Si è tirato il cappello sugli occhi, le uniche cose che posso vedere, sono dei rivoli di lacrime che gli ruscellano lungo le profonde rughe che gli attraversano il volto. Oggi si è asciugato il viso, e ha accettato una scodella di minestra. Nel dormiveglia pomeridiano, dalle sue labbra è uscito un lungo elenco di nomi, tutti i suoi compagni uccisi , torturati o deportati. Non so più cosa fare, gli ho tenuto le mani tra le mie, ho cercato di consolarlo, di fargli raccontare fatti di cui lui non vuole mai parlare. La sua mano sinistra è attraversata da una lunga cicatrice, ho pensato che avrei potuto cominciare da lì. Glielo accarezzata, e gli ho chiesto di parlarmene. Niente di eroico, mi ha detto, potrei raccontarti che è stata una pallottola tedesca, o una baionetta fascista, ma non è così. Più semplicemente, eravamo messi talmente male noi partigiani, che alcuni di noi, tra cui io, non avevamo neanche le scarpe. Nel novembre del ’44 dovevo portare in un rifugio partigiano un paio di mitra ed uno zaino di munizioni, le mie scarpe erano inutilizzabili, perciò mi fasciai i piedi con delle strisce ricavate da un vecchio lenzuolo. Strada facendo, a causa dello srotolamento delle stesse, inciampai e caddi sulla sinistra del sentiero cercando di aggrapparmi ad un reticolato arrugginito, che mi procurò una ferita che in seguito si infettò. Niente di eroico, solo sfortuna.
Scusami Bimbo, non voglio tediarti con i nostri piccoli problemi, lassù come va? Non trovate più “El cuervo”? Per forza, prima doveva confrontarsi con i seminaristi, i vecchi democristiani, con il fantasma di Moro, ma adesso sono arrivati su il Dario e il suo amico Fidel. Mi sa che fino a che ci sono loro se ne starà ben nascosto. Ci avevano provato a spedirli all’Inferno, ma i diavoli subalterni a sentire i discorsi di Fidel e Dario Fo, si erano talmente arrivoluzionati che Lucifero ve li ha spediti su con un biglietto di sola andata. Anche se ormai il dado è tratto, e i diavoli proletari, al grido “Hasta la victoria siempre” e dopo aver sentito il Dario recitare “Morte accidentale di un anarchico” e “Mistero buffo”, mi sa che torneranno sulla terra, e faranno un casino della Mado… , scusami non volevo prendere di mezzo la tua mamma. Se Tuo padre è preoccupato, lo capisco, quei due creeranno un tale scompiglio tra gli angeli, che è un attimo che il Paradiso cada sulla Terra, e magari vedendo questi esseri pennuti tra di loro, il popolo, o meglio il gregge, rialzi la testa e ricacci i parassiti dalle suburre da cui sono venuti. Sai, me li immagino quei tre anarchici, sovversivi, cristiano-comunisti, che arringano la folla degli angeli, ognuno con argomenti ineccepibili. Fidel, che ha studiato dai Gesuiti, riderà tra i baffi e la barba, perché i protagonisti saranno il vecchio Prévert e il mai vecchio Dario. Ora ti lascio, che la candela sta tirando gli ultimi, devo uscire a prender la legna per la stufa, e a togliere le castagne dai ricci, che questa sera, per far ritornare il buonumore al nonno ci sono: minestra di “biline” e caldarroste allo scottadito, altro che la manna. Ah, ti regalo anche una poesia del poetaccio Prévert: “Le vecchie scritture”. Divertiti tu, Tuo padre non so. Ti premetto che con “grosso coniglio”, il poeta non voleva sminuire Tuo padre, nell’argot francese, vuol dire “Tipo in gamba”.

Dio è un grosso coniglio
che abita più su della terra,
lassù in alto nei cieli
in un’enorme tana di nuvole.
Il diavolo è una grossa lepre rossa
con un fucile tutto grigio
per sparare nel buio della notte.
Ma Dio è un grosso coniglio,
ha un orecchio mondiale,
conosce la musica,
una volta ha avuto un bel figlio,
un allegro coniglio
e l’ha mandato sulla terra
per salvare i conigli di laggiù
e il figlio è stato rapidamente liquidato
e chiamato salmì.
Certo deve aver passato dei gran brutti momenti,
poi ha ripreso un po’ di forze,
si è dato un’aggiustatina alle ossa,
ai reni, alla testa, al dorso e a tutto,
e ha fatto un balzo prodigioso,
ed eccolo ora coniglio fatto,
saltellante nei cieli,
a destra e a sinistra
del coniglione onnipotente.
E il diavolo spara nel buio
e ogni notte torna a mani vuote
col carniere pieno di niente,
niente da mettere sotto i denti,
e gli vengono le crisi di collera,
si strappa il berretto dalla testa
e lo calpesta nella polvere.
Quando incontra Dio, si secca molto,
perché è costretto a salutarlo,
è il regolamento, essendo Dio
il fondatore del cielo e della terra,
mentre lui è solo l’inventore della pietra focaia,
e Dio gli dice: “Copriti!”
Allora si rende conto di essere
eggermente ridicolo
e se ne torna a casa di corsa,
accende piangendo un grande falò,
e si guarda in un armadio a specchio
facendo delle smorfie
e poi getta l’armadio nel fuoco
e quando l’armadio comincia a crepitare,
a scricchiolare, a urlare,
diventa all’improvviso molto allegro
e s’addormenta sul braciere
con una grande fiamma bianca come cuscino,
e ronfa tranquillo e sereno,
come il fuoco, come i gatti felici,
e sogna i tiri che giocherà al buon Dio.
Dio è anche un gran viaggiatore,
e quando viaggia,
non c’è verso di farlo restare al suo posto,
si installa in tutti i vagoni contemporaneamente
in quei momenti tutti i viaggiatori vanno in piedi
e dormono fuori, e passa il diavolo, e grida:
cuscini, coperte e tutti chiamano, pst… pst… pst…
ma lui lo dice così, tanto per dire,
per coglionarli di più.
Ha altro da fare
che occuparsi seriamente di quelli lì,
è solo un pò soddisfatto perché prendono freddo.
Dio è anche una grossa tacchina di Natale
che si fa mangiare dai ricchi
per fare gli auguri al figlio.
Allora coi gomiti sulla sacra tavola
il diavolo fissa Dio negli occhi,
e con un sorrisetto di sufficienza
fa il piedino agli angeli,
mentre Dio è scocciatissimo.


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