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martedì 14 luglio 2020 | 05:59
 Edizione del 07/03/2017
 
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Il giorno della memoria
Parecchi anni fa, forse una decina, (ma potrebbero essere di più), fui invitato da qualche responsabile della biblioteca di Gardone Val Trompia, assieme al mio amico “Mahem” Pintossi, a portare una testimonianza sulla Shoa
Leggi l'articolo completo in forma testuale ( clicca qui )



Il giorno della memoria
( VERSIONE TESTUALE )

Scegliemmo alcuni scritti e svariate poesie dei bambini rinchiusi a Terezin. Mentre io e il mio amico “Mahem” aspettavamo il turno del nostro intervento, mi aggirai curioso all’interno della biblioteca. Contai in bella mostra 503 pubblicazioni dedicate agli ebrei, e non una, dicasi una, dedicata a Hiroshima e Nagasaki, e non una, dicasi una, dedicata agli IMI, internati militari italiani o ai ribelli di Cefalonia. È giusto ricordare, esordii, la strage dei Giudei, della quale il Governo di Mussolini fu complice, anche se pare che gli israeliani non abbiano imparato granché, stante il vergognoso comportamento che tuttora hanno nei confronti dei palestinesi . Pare infatti, che non più tardi di due mesi fa, dodici soldati israeliani, abbiano arrestato un bambino di anni dodici, perché aveva tirato loro dei sassi. Proseguii dicendo che trovavo vergognoso, voler ricordare gli ebrei e non poter rendere omaggio, che so, a mio nonno, al padre di un cugino, o ai parenti di alcuni miei amici, cittadini italiani, anche loro finiti nel tritacarne della Seconda Guerra Mondiale. A seguito di questo mio presunto antisemitismo, non sono più stato invitato da nessuno a intervenire alla commemorazione del ” giorno della memoria”. È giusto che sappiate che il bis-bis-bis nonno di mia moglie era un generale ebreo che ha combattuto con Napoleone durante la Campagna d’Egitto, e che la mia meravigliosa compagna di cognome fa David, e che non l’ho sposata per punirla, traete voi le necessarie considerazioni.
Ma non voglio parlare di alunni, che avendo avuto cattivi maestri, sono diventati pessimi scolari, trasformando l’unica democrazia del Medio Oriente, in una “demonicrazia” conclamata. Scusate la non breve introduzione, in verità, io voglio parlare di un’altra “strage degli innocenti”, di quei cinquanta milioni, ripeto, cinquanta milioni, di nativi americani, sterminati da quella pletora di immigrati irregolari che tuttora dominano le Americhe. Trattasi di Inglesi, Francesi, Tedeschi, Irlandesi, Italiani, etc…, che non invitati, hanno ucciso, torturato, depredato, schiavizzato, un intero continente. In attesa, che i Sioux, i Navajos, gli Apaches, e i Seminole, rimpatrino nelle nazioni di origine questi immigrati “irregolari”, vi voglio raccontare di una delle stragi più vergognose perpetrate dai “Washiku” (così venivano chiamati i bianchi dai Lakota), nei confronti di una tribù di pacifici pellerossa, i Cheyenne di Pentola Nera. Pentola Nera, o Caldaia Nera, o Kette Black, come preferite chiamarlo, aveva firmato un trattato di non aggressione con l’esercito degli Stati Uniti, e a questo proposito, è giusto ricordare cosa pronunciò Toro Seduto in un suo discorso davanti all’allora Presidente degli Stati Uniti: “Quale trattato ha onorato l’uomo bianco? Nessuno! Quale trattato ha infranto il mio popolo? Nessuno!”
Quello che segue potremmo chiamarlo ”Il giorno della memoria Pellerossa”, perché la memoria, il ricordo delle infinite persecuzioni di vari popoli, o è mondiale, o non è. Non dovrebbero esistere memorie di serie A o di serie B, ma un generale ricordo della malvagità umana, mai uguagliata dal mondo animale.

Il massacro di Sand Creek
Il 29 novembre 1864, non “Un generale di vent’anni, occhi turchini e giacca uguale”, come cantava De Andrè, attaccò Sand Creek, bensì un colonello di anni 43. Il colonello Chivington, considerato da alcuni suoi colleghi, come ufficiale privo di equilibrio, violento di carattere, psicopatico e paranoico. Chivington attaccò il piccolo villaggio di Pentola Nera e Antilope Bianca alla testa di un gruppo di volontari, ignorando, pur essendone al corrente, l’armistizio con le truppe ottenuto da Caldaia Nera. Pochi giorni prima dell’aggressione, il colonello, in un pubblico discorso a Denver pronunciò il seguente discorso: “Uccideteli tutti, anche i neonati indiani, poiché le uova di pidocchio generano pidocchi.” L’attacco a Sand Creek fu un vero e proprio crimine di guerra. Nel villaggio vi erano quasi solo donne, vecchi , bambini, e circa trenta guerrieri. Quella che segue è la testimonianza di Robert Bent un mezzosangue il cui fratello era al campo di Caldaia Nera.
“Robert Bent, che si trovava a cavallo suo malgrado con il colonello Chivington, disse che, quando giunsero in vista dell’accampamento, vide sventolare la bandiera americana e sentì Caldaia Nera dire agli indiani di stare intorno alla bandiera. Attorno a lui, si accalcarono in modo disordinato, uomini, donne e bambini. Questo accadde quando eravamo a meno di cinquanta metri dalla tribù. Di fianco alla bandiera americana sventolava anche una bandiera bianca. Erano così visibili le bandiere che era impossibile non notarle. Quando le truppe aprirono il fuoco gli indiani scapparono, solo alcuni uomini corsero all’interno delle tende, forse per prendere le armi. Tra i maschi ritengo vi fossero trentacinque guerrieri e alcuni vecchi, circa sessanta in tutto, gli altri maschi erano lontani a cacciare i bisonti. Dopo l’inizio della sparatoria, i pochi guerrieri circondarono le donne e i bambini per cercare di proteggerli. Cinque squaw che si erano rifugiate dietro un cumulo di sabbia uscirono con le braccia alzate chiedendo pietà. Furono fucilate tutte. Vidi una squaw a terra con una gamba colpita da un proiettile, un soldato le si avvicinò con la sciabola sguainata, quando la donna alzò il braccio per proteggersi, egli la colpì, spezzandoglielo. La squawsi rotolò per terra e quando alzò l’altro braccio, il soldato la colpì nuovamente e le spezzò anche quello. Fu una carneficina indiscriminata di uomini, donne e bambini. Trenta o quaranta squaw che si erano rifugiate in un piccolo anfratto vicino al fiume, mandarono fuori una bambina di sei anni con uno straccio bianco attaccato ad un bastoncino, riuscì solo a fare pochi passi prima di essere straziata da una fucilata. Tutte le squaw furono passate per le armi. Tutti i cadaveri che vidi erano scotennati. Scorsi una squaw sventrata con un feto accanto. Vidi il corpo di Antilope Bianca privo degli organi sessuali e udii un soldato dire che voleva farne una borsa per il tabacco. Vidi una squawi cui organi genitali erano stati tagliati, vidi una bambina di circa cinque anni che si era nascosta nella sabbia, due soldati la scoprirono, estrassero le pistole e le spararono, e poi la tirarono fuori dalla sabbia trascinandola per un braccio.”
Come testimonianza per “il giorno della memoria pellerossa”, penso che possa bastare.
Vi lascio come sempre con una poesia, commovente nella sua semplicità, di un autore pellerossa, della tribù dei NezPercé.


MORTE DELLA GENTE

Tutto è concluso. I migliori di noi
sono partiti per un viaggio, luminoso per loro,
a noi oscuro e incomprensibile.

Il corvo e l’avvoltoio sono gli unici, oggi, a far festa.
Finita è la nostra gente.
Anch’io voglio morire,
portatemi con voi spiriti guerrieri.
Qui non c’è più il vostro canto,
ma solo il respiro del vento che solleva la cenere,
e un rumore di autunno e di rovina.


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