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domenica 31 maggio 2020 | 03:51
 Edizione del 17/07/2017
 
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L’INTELLIGENZA DEGLI ANIMALI
È scontato che vi sono PETS (animali di compagnia), che maledicono il momento nel quale i loro attuali padroni si sono presi cura di loro. Perché certo i loro i padroni, non erano consapevoli e desiderosi di accoglierli
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L’INTELLIGENZA DEGLI ANIMALI
( VERSIONE TESTUALE )

Anche se, diciamolo, gli animali si sanno organizzare. Tuttavia il consumo di Prozac, in ambito veterinario, è una fetta consistente, dal punto di vista economico, del mercato farmacologico. Possiamo certo dire che vi è un’umanità che ha con i PETS, rapporti affettivi consolidati; anche se vi sono delle vittime, fra gli animali, che sono animati da un feroce rancore per gli umani che li abbandonano. Vi sono, insomma, delle responsabilità (anche) morali quando si intrattiene un rapporto con un animale da compagnia. Un dato è certo: tutti i PETS sono intelligenti. Prima, nel passato, vi erano dei test che facevano apparire gli animali poco intelligenti. Erano test mal concepiti, che poi sono stati corretti. E i risultati si sono dimostrati sorprendenti. Ad esempio, il polpo venato dell’Indonesia prende un pezzo di noce di cocco e lo usa come corazza. Si sposta così in sicurezza. Oppure il comportamento delle ghiandaie. Esse sotterrano un vermiciattolo. Tuttavia se qualche loro simile le osserva, gli cambiano posto. E, ancora, le cornacchie della Nuova Caledonia. Che creano uncini con i quali stanano i pesci nascosti nelle crepe degli scogli. Non vi è dubbio che, presto, dovremo chiedere scusa agli animali perché li abbiamo sottovalutati, convinti della nostra superiorità di esseri umani. Prendiamo gli elefanti. Noi umani li ritenevamo incapaci di usare gli utensili: ogni volta fallivano nel test nel quale una banana veniva lasciata sul terreno a poca distanza dalla gabbia. Al di fuori della portata della proboscide, ovviamente. Accanto a loro era posato un bastone, con il quale avrebbero potuto raggiungere il frutto. “Poverini – si pensava -, non capiscono il problema”. La verità era ben altra: gli sperimentatori non capivano gli elefanti. E neppure i polpi. Lo dice con franchezza l’etologo Frans de Wall nel suo ultimo libro: “Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali?”, libro edito nel 2016. Perché la proboscide dell’elefante è vero che in un certo senso è la sua “mano”; ma è anche vero che è il suo organo olfattivo. Pertanto, quando l’elefante afferra con la proboscide il bastone, perde in quel momento, il senso dell’olfatto; non riuscendo più così a localizzare il frutto. Questa è la verità. é pertanto il test, così impostato, ad essere poco intelligente. Di recente si è fatto un nuovo esperimento, appendendo una banana e piazzando, vicino all’animale, diversi bastoni e una robusta cassa di legno. L’animale ha ignorato i bastoni; ha spostato la cassa sotto il frutto, vi è salito sopra e, con la proboscide, ha preso la banana. Già nel 1967, vale a dire 40 anni fa, un altro primatologo, nello stesso tipo di esperimento, riabilitò l’intelligenza dei gibboni. Essi, contrariamente agli oranghi e agli scimpanzé, non usavano i bastoni per raggiungere la banana. Semplice il perché: i gibboni (scimmie del genere Hylobates che vivono nelle foreste della Malesia) sono arboricoli ed hanno il pollice solo parzialmente opponibile. Che usano solo per appendersi ai rami. Infatti, nel loro mondo, le cose si afferrano dai rami, non si raccolgono da terra e pertanto il ricercatore appese la banana in modo tale che, per poter essere raggiunta, il gibbone doveva tirare una serie di spaghi che penzolavano a mezz’aria. Cosa che l’animale fece. Con successo.

Ermanno Uccelli


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