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domenica 17 ottobre 2021 | 04:37
 Edizione del 28/10/2020
 
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QUANDO ERO BAMBINO

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QUANDO ERO BAMBINO
( VERSIONE TESTUALE )

Non so quando ho cominciato a “monellare”. Se non ricordo male avevo circa cinque anni, era l’ultimo anno di asilo. Il poggiolo della mia abitazione dava proprio sul cortile dove noi bambini giocavamo. Suor Rosina la madre superiora e responsabile, mi aveva sgridato perché mi ero azzuffato con due compagni a causa di un pugno di biglie mie che mi erano state sottratte
Entrai nel refettorio, presi il mio cestino e senza dare nell’occhio scavalcai la recensione del giardino adiacente al cortile dopo aver rubato una ventina di fragole grosse come noci. Mancava poco all’ora dell’uscita e nella moltitudine dei bambini che si affollavano al portone, nessuno notò la mia assenza. Per tornare a casa nell’orario giusto mi fermai nella piazzetta antistante l’entrata dell’asilo ad ascoltare i vecchi che concionavano davanti alla bacheca dei giornali. Litigi lievi, mai bestemmie o parolacce. Non mancarono nei miei confronti parole gentili o un amorevole buffetto. Gli stessi vecchi che quando accompagnavo mio padre all’osteria raccontavano storie affascinanti, anche se non sempre vere. A distanza di più di sessant’anni ne ricordo una che fece scompisciare dal ridere perfino l’arcigna ostessa.
“Dunque, cominciò a raccontare un cacciatore dal naso rubizzo, era un mercoledì di settimana scorsa, una tiepida giornata di settembre, erano le sei del mattino, e dalle feritoie del capanno, a nord, a sud, a ovest, sulle varie “filarole” non si vedeva, non dico un volatile, ma neanche un angelo. Improvvisamente, sul “secco” principale ecco apparire un “rusuli” di “carusi”. Li conto, sono trentuno. Cavolo, penso, ho appena trenta pallini dell’undici nelle cartucce che ho preparato, e la mia “centralina” ha una canna sola. Mi guardo intorno nel “baitel”, e non ti trovo un “ciod de sopel”? Tolgo velocemente il cartoncino dalla cartuccia, aggiungo il chiodino, richiudo il tutto, miro in mezzo al nugolo di uccelli e premo il grilletto. Riapro anche l’occhio destro, il vecchio secco è spoglio di volatili. Mi precipito fuori dal capanno e comincio la ricerca delle prede. Dieci, venti, venticinque, trenta, porca Eva, ne manca uno. Mi scappa l’occhio, è mica lì inchiodato sul secco? Invece di mandarlo fuori dall’osteria a pedate, tutti gli astanti gli fecero i complimenti, perché una storia così incredibile erano anni che non la sentivano. Anzi, alcuni di loro si prenotarono per la padella di “usilì” con la polenta. Al che, il cacciatore visibilmente imbarazzato, cominciò a balbettare, scusandosi, perché ne aveva dato una decina alla suocera in cambio di un pezzo di burro, sei o sette al prete, e quattro o cinque alla cognata, e gli altri pensava di papparseli con la moglie. Visibilmente delusi gli auto invitati pregarono il cacciaballe di mettere un centinaio di pallini nelle sue munizioni, non si sa mai, dissero, che arrivi uno stormo d fringuelli così farai contenti gli eventuali ospiti.
Una storia palesemente falsa e raffazzonata, ma ve ne voglio raccontare un’altra, sentita con le mie piccole orecchie di seienne sempre nella stessa osteria. E questa è sicuramente vera. Ho visto con i miei occhi le ferite, le contusioni, e la fasciatura che conteneva le costole di uno dei protagonisti. Quelli di voi che risalgono la Valle Trompia, sulla destra della montagna sopra il paese di Zanano possono ammirare un lunghissimo prato che ha alla sua base la malga di Navezze, una malga che ha più di cinquecento anni. Negli anni sessanta la tenuta era gestita e il prato falciato dal “Cabaj” e da sua moglie. Solo trent’anni dopo ho scoperto che il “Cabaj” era stato un partigiano estremamente coraggioso, a volte rasentando l’incoscienza. Oltre a lui e alla sua compagna, gli altri viventi erano una decina di mucche, un cane pastore, e un mulo possente e carognoso, al quale il “Cabaj” per farsi obbedire morsicava ferocemente le orecchie. Succede, che da qualche giorno, nell’osteria giravano voci sulla presenza di quattro o cinque leprotti già in carne nella zona del lungo e ripido prato di Navezze. Un paio di giovani avventori, nonostante l’apertura della caccia fosse ancora di là da venire, si accordarono per trovarsi il giorno dopo alle quattro del mattino per recarsi nel sito e impadronirsi delle giovani prede. Dopo un’ora di faticoso cammino, percorsi i quasi cinque chilometri di sentiero si trovarono ai piedi della tenuta. Dopo aver ripreso fiato e placata la sete con due sorsate di “clinto”, Giovanni elaborò la sua strategia. Lui avrebbe risalito il lato destro del prato a ridosso degli alberi, salito oltre il gruppo degli alti cespugli che si trovavano al centro, fatto un po’ di rumore per snidare i leprotti, mentre il Mario, fermo sul sentiero avrebbe aspettato le prede. L’unico risultato fu lo svegliare il mulo del “Cabaj” che gli rovinò addosso mordendolo ad una spalla e cercando di colpirlo con gli zoccoli anteriori. Il Giovanni, rialzatosi, abbandonò il fucile e corse come un pazzo verso il Mario. Pare che il suo farfugliamento, tradotto in italiano fosse: “scappa Mario! Il mulo scalcia, morde, e zappa con le zampe anteriori! La conclusione fu che il Mario cercando di bloccare l’amico con il fucile orizzontale fu sbalzato con lui nella boscaglia sottostante. Come cantava De Andrè “…. una notizia originale non ha bisogno di nessun giornale, come una freccia dall’arco scocca vola veloce di bocca in bocca”. Fu così che all’osteria del “Penela” in via Gremone a Zanano, dopo una settimana dai fatti, tutti sapevano tutto. Ciò nonostante nessuno li derise o fece commenti sarcastici. Anzi si complimentarono perché ne erano usciti vivi, perché, come commento qualcuno, se si fosse svegliato il “Cabaj” col dubbio che gli volessero rubare le mucche, li avrebbe stesi con qualche fucilata precisa e efficace. Circa un anno dopo questi fatti, un pomeriggio di ottobre, mentre ero ospite nel “ruc” del nonno materno, mi venne la curiosità di provare anch’io a diventare cacciatore. Mentre mia madre e mia zia Angelina erano occupate a sferruzzare vicino al fuoco, quatto quatto mi inerpicai sulle scale fino al primo piano. Entrato nella camera del nonno, cercai nel cassettino di sinistra della specchiera le cartucce del ventotto della “centralina” appoggiata sulla cassapanca. Ripassai mentalmente i movimenti del nonno quando armava il fucile. Detto fatto, mi sentii come Tex Willer, solo che tremando per la forte emozione, partì il colpo. Fortunatamente l’unica vittima fu un pezzo del soffitto i cui calcinacci franarono sul letto del nonno. Spaventate dal rumore dello sparo, mia madre e mia zia si fiondarono sulle scale. Dopo averle minacciate con l’arma ormai scarica, mollai il fucile e sgattaiolai sotto il letto.
Sono passati ormai sessanta e rotti anni, ma ancora ricordo le parole di mia madre: ”Vieni fuori che non ti faccio niente”. Ecco, vorrei dire ai piccoli di uomo di non credere mai a queste parole perché per me il risultato furono due chiappette striate da dolorose righe rosse che mi impedirono per tre giorni di sedermi se non con l’ausilio di un soffice cuscino.


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